ron arad, concrete sound, 1985, Londra, Victoria and Albert Museum

Postmodernismo: il freestyling che ha segnato un’epoca

Lo scorso ottobre, al Victoria and Albert Museum di Londra, ho finalmente capito il significato di postmodernismo, grazie ad una divertentissima mostra che lo analizzava in tutti gli aspetti, dall’architettura, al design, alla moda, alla produzione musicale e che è ora esposta al Mart di Rovereto, (fino al 3 giugno www.mart.tn.it ). Il pregio senza pari era che faceva chiarezza veramente su un ventennio in modo esaustivo. Prima di entrare, il concetto di postmodernismo coincideva con un affastellamento di nozioni e forme senza inizio e fine. Dopo la mostra ho capito che anch’io ho ereditato la mia dose di postmodernità e forse ora mi conosco meglio, perché ho capito da dove sono venuta.

Ciò che ora chiamiamo postmodernismo ha avuto il suo momento di gloria a partire dagli anni Settanta, ma soprattutto nei primi anni Ottanta, ed è emerso proprio dal collasso del modernismo, col suo funzionalismo e la sua purezza di forme. A differenza del modernismo che aveva avuto il suo manifesto come movimento e la sua autorevolezza e universalità, il postmodernismo è l’antitesi dell’univocità e del dogmatismo che dal Partenone portava a Villa Savoye (emblema del modernismo razionalista di Le Corbusier, www.greatbuildings.com). Il postmodernismo nasce come desiderio di riappropriarsi della libertà di mischiare insieme elementi lontani, alti e bassi, di introdurre la citazione, la parodia fino ad un vero elogio dell’ibrido, del composito e del pastiche. Un movimento, dunque, che coincide soprattutto con lo stile di un’epoca (dal taglio di capelli al videoclip) in cui tutto torna ad essere lecito, purché si osi uscire dagli schemi di forme pure e rigorose. Il postmodernismo da cui siamo derivati tutti noi (o meglio chi, come me era piccolo negli anni Ottanta), pur essendo un capitolo chiuso, non ci lascerà mai del tutto perché è stato introiettato, l’oggi è il futuro in atto del postmodernismo, esploso o imploso con il consumismo di massa, e poi ulteriormente defunto con la globalizzazione negli anni Novanta.

Che spasso la stanza buia con i video musicali e il look rigorosamente post-human di Boy George, David Bowie, Laurie Anderson e le immagini di Blade Runner sul grande schermo.
Dopo aver visto gli audaci pezzi di design del gruppo Memphis, le sedute di resina di Gaetano Pesce, ho adorato lo stereo di cemento di Ron Arad. Mi sarebbe piaciuto essere nel negozio che aveva aperto Arad nell’83 in un vecchio magazzino vicino a Covent Garden, il mitico “One Off”, dove esponeva i mobili costruiti con materiale per ponteggi e sedili di vecchie auto.
Mi sarebbe piaciuto ancor di più essere a Times Square nel 1982 quando Jenny Holzer fece comparire la gigantesca scritta luminosa “Protect me from what I want”, la cui immagine appare sul finire della mostra a segnare la chiusura del postmodernismo, fagocitato dal più sfrenato consumismo.

Però, bisogna ricordarselo sempre, secondo me, questo tentativo entusiastico di far coincidere l’idea di moderno con la proposta di uno stile, di un look preciso (so Eighties!). Mentre, il modernismo era stato l’antistile, l’assenza di stile, il rigore formale che sta al di sopra di ogni stile. Ora il postmodernismo è acqua passata e non so esattamente come chiamare l’epoca in cui viviamo, Nicolas Bourriaud dal 2008 parla di Altermodern come di un’epoca che tutto il pianeta vive ( www.tate.org.uk), non un fenomeno occidentale come erano stati il modernismo e in gran parte anche il postmodernismo. Con un po’ di nostalgia penso che sarà difficile individuare uno stile così preciso come lo è stato appunto quello postmoderno nei primi anni Ottanta. Con la globalizzazione, dagli anni Novanta in poi, stiamo vivendo contemporaneamente così tanti stili da non farci più caso.

Irina Zucca Alessandrelli

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